mercoledì 30 settembre 2009

Piano C.A.S.E., casette piccole e prezzi alle stelle.


E’ stato presentato il 28 settembre a L’Aquila, nel corso di un apposito Convegno, uno studio degli urbanisti Vezio De Lucia e George Josef Frisch sulla ricostruzione della città de L’Aquila.
Si tratta di un rapporto di 25 pagine nel quale, dopo una premessa dedicata alle caratteristiche socio-economiche e urbanistiche della città, viene sviluppata una approfondita analisi di quanto sta succedendo dopo il terremoto.
Dallo studio dei due urbanisti emerge la sostanza della politica della ricostruzione targata Berlusconi.
L’ansia propagandistica di dimostrare di essere il più bravo e il più veloce di tutti gli altri Presidenti del Consiglio, sta facendo della città de L’Aquila, una città senza centro storico, priva della sua storia e della sua identità, circondata dalle nuove periferie anonime volute dal Piano C.A.S.E.
Lo studio di De Lucia e Frisch analizza anche i costi della ricostruzione per concludere che, rispetto alla ricostruzione tradizionalmente intesa, vedi il modello friulano e il modello umbro, la spesa necessaria a realizzare il Piano C.A.S.E. è fortemente più elevata. Si stanno costruendo case non solo più piccole di un terzo di quelle andate distrutte, ma lo si sta facendo al costo di un appartamento di lusso.

martedì 29 settembre 2009

Honduras verso la fine dell'incubo.


È difficile pensare a un gorilla più gorilla di Roberto Micheletti, il dittatore di Bergamo alta, acclamato dal TG2 (per il quale paghiamo il canone) per il suo golpe e le sue violazioni dei diritti umani a Tegucigalpa. Tanto più la sua ora si avvicina alla fine, tanto più lui, uomo tutto d’un pezzo, non fa un passo indietro e dimostra, per esempio, di non aver mai sentito parlare di inviolabilità di sedi diplomatiche facendo assaltare quella brasiliana.
Da quando il presidente legittimo Manuel Zelaya è tornato in patria, ospitato dall’Ambasciata del Brasile, ne ha fatte di tutti i colori. Ha represso, tanto per cambiare, selvaggiamente l’opposizione indurendo i contorni già sinistri di una dittatura difesa solo da un’internazionale nera che va dalle lobby del partito repubblicano statunitense al governo peruviano di Alan García all’ “Associazione bergamaschi nel mondo”. Una dittatura che fa solo strepitare l’imbelle diplomazia internazionale che da tre mesi lo isola ma non lo costringe alla resa, mentre invece la Resistenza al golpe, pur pagando prezzi altissimi, non fa un passo indietro.
Non bastava lo stato d’assedio a Micheletti. Ha bombardato con gas lacrimogeni l’ambasciata del Brasile, minacciando d’invaderla come fosse l’ayatollah Khomeini. Quindi, come probabilmente si comporta con i suoi dipendenti, lui grande imprenditore, ha dato gli otto giorni nientemeno che all’Ambasciatore del Brasile che osa ospitare nella sua sede il presidente legittimo Manuel Zelaya.
Di passaggio ha espulso la delegazione dell’Organizzazione degli Stati Americani. Quindi ha indurito lo stato d’assedio stesso (chiedendo scusa per i fastidi ai cittadini bene dell’Honduras) e di passaggio ha fatto chiudere un altro gruppetto di radio e tivù (Radio Globo, Canal 36) che continuavano a trasmettere notizie su un Honduras non completamente pacificato.Infine si è ulteriormente preso poteri speciali e come ciliegina sulla torta ha sospeso per 45 giorni una buona metà della sacra Costituzione dell’Honduras. È quella stessa inviolabile carta costituzionale scritta nel 1982 dal dittatore Policarpo Paz e in difesa della sacralità della quale fu costretto controvoglia al colpo di stato il 28 giugno. Stato d’assedio e Costituzione sospesa in un paese dove, secondo i media governativi, in perfetta normalità si sta svolgendo la campagna elettorale per le elezioni presidenziali (che la comunità internazionale non riconoscerà e alla quale non parteciperanno osservatori internazionali dell’ONU, OSA, UE) previste tra un mese esatto.

lunedì 28 settembre 2009

Elezioni tedesche: al potere ancora democristiani e liberali.


I tedeschi hanno promosso Angela Merkel ma non la Grande Coalizione. Le elezioni politiche di domenica in Germania, contrassegnate dal più basso tasso di affluenza del dopoguerra (ha votato il 72,5%. Nel 2005 era stata del 77,7%, già allora un record negativo. Nel 2002 fu del 79,1%), riconsegnano nelle mani della cancelliera cristiano-democratica (l'Unione Cdu/Csu ottiene il 33,8%) le redini del governo per i prossimi quattro anni, ma promuovono al suo fianco i liberaldemocratici (Fdp) e bocciano, senza pietà, i socialdemocratici (Spd). La coalizione nero-gialla rispecchia esattamente il desiderio di Merkel che, subito dopo il voto, ha dichiarato soddisfatta: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo», possiamo governare il Paese «con una solida maggioranza».
FRANA LA SPD - Altrettanto, se non più soddisfatto, il leader Fdp (14,6%), Guido Westerwelle, consapevole della «grande responsabilità» del suo partito, che ottiene il «miglior risultato nella sua storia». I socialdemocratici sono i grandi perdenti di questo voto, mai così in basso dal dopoguerra (23%). E lo ammettono subito. Frank-Walter Steinmeier, aspirante cancelliere per la Spd, riconosce «un'amara sconfitta», ma si candida a guidare l'opposizione al Bundestag. Anche gli altri due partiti minori, che restano all'opposizione come nella passata legislatura, guadagnano consensi: tanto la sinistra della Linke che i Verdi ottengono percentuali a due cifre, il 11,9% i primi, il 10,7% i secondi.
LA CANCELLIERA - «Voglio essere la cancelliera di tutti i tedeschi, per migliorare la situazione del nostro Paese», ha detto Merkel, 55 anni, primo capo del governo donna e primo proveniente dall'ex Ddr. Con una maggioranza di 323 seggi (la maggioranza è di 309) la coalizione nero-gialla torna alla guida dell’esecutivo dopo 11 anni, dall'epoca di Helmuth Kohl che, pochi giorni fa, era sceso in campo per sostenere questa opzione. Numerosi dossier economici attendono il governo Merkel II, fra cui il previsto aumento della disoccupazione, la crescita del deficit, le difficoltà nel settore scolastico e sanitario. L'impegno in Afghanistan sarà un altro dossier delicato, così come quello energetico ambientale, con la volontà dei due partiti di rivedere l’abbandono del nucleare.

La scuola moderna e la minaccia bolscevica

Dal blog di Giuseppe Aragno

Cos’è la scuola se non lo specchio d’una Waterloo? Cosa, mi chiedo, se non il luogo privilegiato delle contraddizioni, dei limiti, delle mille zone d’ombra che oscurano il futuro d’una società che rischia di implodere e trascinare nella rovina quanto abbiamo costruito di onesto e civile in centocinquant’anni di storia?
Ce l’avevano lasciata i nostri nonni ch’era ancora più o meno fascista, nonostante “Bella ciao” e i fuochi vittoriosi della guerra partigiana, e di là siamo nati alle nostre prime lotte, di là, da un antifascismo che s’è perso per strada, suscitato da privilegi da cancellare e da privilegiati da mettere a tacere, da una discriminazione tra classi sociali che aveva la ferocia d’un razzismo tra pari e annichiliva la sovranità popolare sulla linea del censo. Non l’antifascismo sclerotizzato nelle corone d’alloro e della retorica sciropposa delle “feste civili“ e dello stanco rituale repubblicano.
Da studenti iniziammo chiedendo “voce in capitolo“ e un “rappresentante di classe“, ponemmo poi questioni di democrazia, ci convincemmo che la selezione la fa la natura darvinista – e quella basta e avanza – e ci opponemmo all’esame d’avviamento professionale che separava alla base il povero dal ricco e ti marchiava all’origine come manovalanza.
Scuola di massa, dicemmo. E non voleva dire massificazione del sapere o svilimento della cultura.
Pari opportunità, pensammo, e non intendevamo negare le differenze naturali, non deliravamo di un improponibile “egualitarismo dei cervelli”. Volevamo semplicemente restituire il maltolto ai tanti che avevano sempre pagato il conto ai pochi che per tradizione, nascita e reddito occupavano da sempre il posto di medico condotto, deputato e farmacista.
Sostenevamo con sfrontata semplicità un principio che brucia ancora sulla pelle degli sconfitti di allora, tornati da un po’ vincitori: il merito si guadagna sul campo e sul campo si sta ad armi pari.
Volemmo – ed era sacrosanto – scardinare l’ordine gerarchico ereditato dal fascismo, rimediare a quella distorsione della saggezza popolare per la quale pareva naturale poter dire “ognuno al suo posto“, ma naturale non era. Non era, non poteva essere naturale che l’operaio rinascesse operaio, il medico tornasse medico di generazione in generazione e così via, in una società in cui “il popolo è sovrano“ ma ognuno fa i conti con la nascita, il censo, il ventaglio delle opportunità che si stringe o si allarga non solo per le differenti doti delle diverse scimmie antropomorfe, ma per le leggi infrangibili che separavano tra loro le classi sociali.
Questo volemmo. E ci muovemmo insieme. Sarà che il saggio di profitto consentiva al capitale una politica dilatoria di riforme che solo marginalmente ponevano mano alle “strutture“, sarà che la forza del movimento divenne un fiume in piena e un’antica malizia consigliò il compromesso, sta di fatto che in un breve volger d’anni la repubblica prese a rompere col passato fascista, ebbe una sua scuola e l’università aprì le porte ai figli dei lavoratori. Non avvenne a caso e non fu concessione: ci guadagnammo tutto con la lotta. Mai come in quegli anni il Paese era cresciuto sul terreno dei diritti e della civiltà; la società era cambiata sotto l’onda d’urto della rivoluzione femminile, dello scontro vittorioso sul diritto di famiglia, della caduta del fortilizio dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e della legalizzazione dell’aborto. Il potere, però, quello che conta davvero, quello non lo toccammo. Le illusioni del “centrosinistra storico“ si infransero contro l’abilità e i legami internazionali della Democrazia Cristiana, contro la paura causata dal “tintinnare di sciabole“, contro il golpismo, la strategia della tensione, i ritardi storici e gli oggettivi tradimenti del PCI.
Le forze della conservazione hanno lavorato per decenni a svuotare di contenuti le conquiste anche solo riformiste. La scuola di massa è stata volutamente massificata senza alcun tentativo di adeguamento alla nuova funzione e all’università i “baroni“ hanno lentamente ripreso in pugno la situazione. Quello che poteva, voleva e doveva essere “qualità“ s’è ridotto fatalmente alla dimensione penosa della “quantità“ e tutto è sotto tiro. Un securitarismo da due soldi chiama alla mente tentazioni proibizioniste e si pasce d’una istigazione forcaiola a chiedere per tutto repressione e galera. Forse e è vero. Da insegnanti ci siamo persi tra passato e futuro e non abbiamo saputo leggere chiaramente il presente. E tuttavia, che oggi, si punti il dito sulla “scuola dei sessantottini“ è fuori dalla storia, rovescia la logica che lega gli eventi e trasforma in causa quello ch’è stato chiaramente effetto. Il declino del sistema formativo segue il corso fatale degli eventi e chiude il circolo vizioso aperto dalla deregolazione, dalla santificazione della legge del profitto – intesa come principio etico fondante e misura del valore dell’uomo – dalla crescente produzione di falsi bisogni, dall’affermazione del pensiero unico e dell’uomo a una dimensione.
In questa sorta di “orwelliano 1984”, Israel, Galli Della Loggia, Brunetta e quanti provengono dai ruoli di quella università che ha triplicato gli ordinari a danno degli studenti dovrebbero avere il buon senso e la dignità di tacere. Il fatto è che la dignità s’è persa nel mercato delle vacche che qualcuno si azzarda ancora a chiamare accademia e da questa gente non c’è nulla di buono da sperare.
Noi docenti non abbiamo scelta. Uniamoci ai precari e a tutti quelli che pagano sulla propria pelle i costi della crisi e imponiamo con ogni mezzo lecito, anche il più estremo, non una rinnovata “sala della pallacorda”, ma il semplice ritorno alla legalità costituzionale. E se alla legalità si vorrà opporre la forza, attrezziamoci per lo scontro. Non c’è altra via e non c’è altra scuola da costruire. Importa poco se i tanti “geni” che pontificano a pagamento prenderanno a suonare il refrain della “conservazione dell’esistente“. Noi non saremo umili – l’umiltà è la rovina di chi lavora – e non staremo zitti. Ci hanno insegnato a tenere in onore le leggi e a rispettare quelle che son giuste (quelle, cioè, che sono la forza dei deboli). Se ci impongono, però, regole ingiuste che saziano il sopruso del forte, è bene si sappia: siamo disposti a batterci fino in fondo perché siano cambiate. Troviamo l’animo per dichiararlo: non le rispetteremo queste vostre leggi e lo diciamo chiaro: “Non è più tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la fame, l’analfabetismo di valori, il razzismo, le guerre coloniali“. E’ tempo di scelte definitive. Prendetela pure per una minaccia bolscevica, ma badate bene: sono solo parole d’un prete. Don Milani.

mercoledì 23 settembre 2009

1 milione e 150 mila in piazza a l'Havana per il Concerto della Pace.



Che piaccia o no, il megaconcerto di ieri, 20 settembre, nella Plaza de la Revolución all’Avana, è stato un vero successo: 15 interpreti assai popolari, fra cui il nostro Jovanotti, Silvio Rodríguez, Miguel Bosé, la portoricana Olga Tañón, Víctor Manuel, gli Orishas (il gruppo cubano che lavora all’estero e che da anni non tornava a casa), Amaury Pérez, X Alfonso, il grande Juan Formell con i suoi Van Van ed altri, hanno animato le cinque ore di musica, sotto un sole implacabile, riuniti intorno all’iniziativa del colombiano Juanes che vuole fare della musica un potente strumento di pace.


Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l’ha chiamato “Paz sin fronteras”, gli elogi per l’iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l’idea di scegliere la Plaza de la Revolución –un luogo assai simbolico per l’America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi. I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell’autore di “Camisa negra” è riuscita a sedare gli animi dell’esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall’isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l’implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l’affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.

L’evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d’ordine –come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.

I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all’implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su “El País”, ha intitolato che “la montagna ha partorito un topolino”, affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all’Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!

Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo “Chan chan”. Dall’ oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.