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mercoledì 30 settembre 2009

Piano C.A.S.E., casette piccole e prezzi alle stelle.


E’ stato presentato il 28 settembre a L’Aquila, nel corso di un apposito Convegno, uno studio degli urbanisti Vezio De Lucia e George Josef Frisch sulla ricostruzione della città de L’Aquila.
Si tratta di un rapporto di 25 pagine nel quale, dopo una premessa dedicata alle caratteristiche socio-economiche e urbanistiche della città, viene sviluppata una approfondita analisi di quanto sta succedendo dopo il terremoto.
Dallo studio dei due urbanisti emerge la sostanza della politica della ricostruzione targata Berlusconi.
L’ansia propagandistica di dimostrare di essere il più bravo e il più veloce di tutti gli altri Presidenti del Consiglio, sta facendo della città de L’Aquila, una città senza centro storico, priva della sua storia e della sua identità, circondata dalle nuove periferie anonime volute dal Piano C.A.S.E.
Lo studio di De Lucia e Frisch analizza anche i costi della ricostruzione per concludere che, rispetto alla ricostruzione tradizionalmente intesa, vedi il modello friulano e il modello umbro, la spesa necessaria a realizzare il Piano C.A.S.E. è fortemente più elevata. Si stanno costruendo case non solo più piccole di un terzo di quelle andate distrutte, ma lo si sta facendo al costo di un appartamento di lusso.

lunedì 7 settembre 2009

Capitalism: A love story. Intervista a Michael Moore


Capitalism: A Love Story di Michael Moore era uno dei film più attesi della 66ma Mostra di Venezia. Il regista di Fahrenheit 9/11 questa volta se la prende con il sistema finanziario americano e ammonisce i paesi europei: “Non seguite il nostro esempio”. Si scaglia contro il capitalismo “un male che non può essere regolamentato” si afferma nel documentario, “bisognerebbe ritornare a un sistema democratico che non conceda poteri ai più ricchi ma che distribuisca le risorse”. Nella sua storia d'amore Moore parte dall'impero romano per arrivare subito agli anni Ottanta con Ronald Reagan, colui che sancì il matrimonio tra politica e potere finanziario, da lì il film procede verso la recente crisi economica. Ovviamente non poteva mancare l'attore preferito dal regista: W. Bush. Tra una scherno e l'altro, perché Moore diverte oltre a far riflettere, si infiltrano i poveri del ceto medio che vengono cacciati di casa per non aver adempiuto al pagamento delle spese sanitarie, le assicurazioni che speculano sulla morte dei clienti, gli immobiliaristi che cercano di trarre il maggiore profitto dalle vendite delle case appena sfrattate. Insomma ci racconta come il paese sia diventato una corporation e Wall Strett un luogo sacro.Come difendersi? Attraverso il voto, ci dice nel film, ma la maggior parte degli americani desiderano diventare ricchi, e per colpa di chi? C'entra il sogno americano?
“È come il gatto che si morde la coda. Ci sono degli aspetti positivi nel sogno americano, noi crediamo fermamente nella giustizia e nella democrazia, ma è difficile definire democratico un paese che gestisce la vita dei cittadini seguendo i principi economici. È la gente che dovrebbe tenere in mano le redini. Mi colpiscono quelle persone che lavorano duramente e che si vedono rovinare l'esistenza per colpa di persone che dovrebbero avere a cuore gli interessi della società”.

Perché ha intitolato il suo documentario A Love Story?
“Perché si tratta di una storia d'amore tra i banchieri e i soldi, i loro, ma soprattutto i nostri”.
È stato complicato realizzarlo?
“Sì, questa volta non avevo un cattivo con cui prendermela, la General Motors o Charlton Heston, un tema come le armi o la cattiva gestione sanitaria, dovevo parlare di filosofia economica. È stata una sfida, ma se non punto in alto mi annoio. E poi questa volta avevo dalla mia la maggior parte degli americani”.
Ha dovuto cambiare qualcosa nel corso della preparazione?
“È arrivata la crisi finanziaria, ma non era altro che una conferma di quello che stavo raccontando”.
Nel film parla positivamente del nostro paese, di Francia e Germania, non le sembra di idealizzare troppo l'Europa?
“So che avete un primo ministro un po' pazzoide, però nella vostra costituzione si dice apertamente che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, nella nostra non c'è scritto. Voi avete una società più strutturata, ovviamente non esente da difetti, quando qualcuno non paga il medico o il mutuo nessuno viene punito. Adoro il mio paese, per questo continuo a fare film che lo ritraggono, siamo delle brave persone e quindi quando ci ammaliamo dovremmo avere la possibilità di consultare il medico non di essere sbattuti fuori di casa”.
Perché non viene in Italia a girare un film su Berlusconi?
“Ci dovrebbe pensare un regista italiano, lo so cosa significa vergognarsi del proprio paese ma è un problema vostro e dovete trovare voi una soluzione”.Chi ci suggerisce come autore?
“Sabina Guzzanti è fantastica, vorrei seguirla in tournée, amo anche Roberto Benigni”.A un certo punto del film accade il miracolo, Obama vince le elezioni e le cose cominciano a cambiare, però alcune banche sostengono la sua campagna elettorale.
C'è da fidarsi di Obama?
“Per ora sono soddisfatto e fiducioso, Obama è stato sostenuto dalle banche non per il suo programma elettorale ma perché è stato considerato un potenziale vincitore. Adesso arriva la svolta, il presidente dovrà decidere se essere amico o nemico dei magnati della finanza. Staremo a vedere”.
Si parla anche di religione a un altro punto.
“Sì credo che Gesù sia stato un rivoluzionario, Marx non ha inventato nulla, qualsiasi entità religiosa invita a prendersi cura dei più sfortunati, dovremmo seguire l'esempio”.
Non esiste un capitalismo buono secondo lei?
No, è come dire che esiste una schiavitù buona, è il sistema che va cambiato, dovrebbe essere più democratico ovvero non seguire le leggi dettate dai più ricchi, lo diceva anche Roosveelt settant'anni fa nella sua seconda carta costituzionale, nessuno però gli ha dato retta: assistenza sanitaria ed educazione per tutti, fine dei monopoli e molto molto molto altro”.

mercoledì 2 settembre 2009

Il Brasile scopre giacimenti immensi di petrolio


Il Brasile sta scoprendo immensi giacimenti di petrolio. Sono così importanti che potrebbero portare il paese al quinto posto al mondo per riserve e da far slittare in secondo piano i biocombustibili che solo fino a un paio d’anni fa erano una priorità per la politica energetica nazionale. Nasce così il Brasile saudita, una nuova grande potenza petrolifera tanto che per il presidente Lula, che ne ha parlato ieri alla nazione, i risultati delle introspezioni petrolifere sono così importanti da rappresentare “un nuovo giorno dell’indipendenza nazionale” dove dovrà essere lo Stato a controllare queste risorse.Da due anni il mare brasiliano non smette di rivelare sorprese. Al sud del paese, sotto uno spesso strato di sale che in qualche punto arriva a 2.000 metri e a 7.000 metri di profondità sotto l’Oceano, in una fascia di 800 km quadrati al largo degli stati di Espíritu Santo e Santa Catarina, si trovano giacimenti immensi. Così grandi da moltiplicare fino a sette volte le riserve brasiliane facendole passare da 14 a oltre 90 miliardi di barili trasformando il paese in una potenza petrolifera di prim’ordine, forse la quinta per riserve dopo Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait, e su livelli paragonabili a Emirati Arabi, Russia e Venezuela.È una scoperta che appare così importante da cambiare completamente il futuro non solo energetico del paese, risvegliare appetiti e pericoli, ma soprattutto speranze. E così ieri, lunedì, il presidente Lula ha preso la parola aprendo le danze che dovrebbero portare in tempi brevi ad una legge che nelle intenzioni del governo attribuisca allo Stato il pieno controllo sul petrolio e ridistribuisca le enormi ricchezze in arrivo tra tutti gli stati del paese per far sì che il petrolio sia “una grazia di dio che migliori le condizioni di vita di tutti i brasiliani investendo il ricavato in tre assi fondamentali, educazione, scienza e tecnologia, oltre che nella lotta allo sradicamento della povertà”. Ancora per il presidente “il petrolio può rappresentare una nuova rivoluzione industriale dove il Brasile non vuole esportare greggio ma convertirsi in una delle più importanti potenze petrolchimiche del pianeta”. Un’alba di un nuovo giorno per il Brasile per un presidente che getta il petrolio sul piatto della campagna elettorale per designare chi gli succederà. Lula vuol fare apparire chiaro che solo la continuità del governo del PT (partito dei lavoratori) che candida una donna, Dilma Rousseff, può garantire un effettivo progresso redistributivo contro i molti vampiri. Tra questi vi sono i governatori degli stati al largo dei quali il petrolio si trova, che non accettano di dividere le ricchezze e quelli che il presidente ha definito “gli adoratori del dio mercato”, terrorizzati dal fatto che il petrolio possa essere utilizzato in beneficio di tutti i brasiliani.

giovedì 27 agosto 2009

Tremonti: bilancio del primo anno da ministro dell'economia


Giulio Tremonti, dopo diciotto mesi di governo di centrosinistra, è tornato a occupare la poltrona del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ovvero il dicastero chiave, specialmente in un momento di crisi come quella che stiamo vivendo. Dopo un anno pare il momento di tracciare un primo bilancio del suo lavoro, con un occhio di riguardo ai provvedimenti (promossi o approvati da Tremonti) che più sono stati pubblicizzati sui media italiani. Va detto, in primo luogo, che Giulio Tremonti ha più volte ricordato di essere riuscito a prevedere la crisi finanziaria ed economica mondiale. Ed è vero. Tuttavia molti provvedimenti non hanno tradotto tali previsioni in misure adeguate a contrastare la crisi.

1) Abolizione dell’ICI;
Il primo intervento degno di nota è stato l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Per le fasce media e bassa della popolazione l’ICI era già stata abolita dal precedente governo di Romano Prodi. L’abolizione dell’ICI effettuata dal governo di Berlusconi, invece, ha riguardato i contribuenti più ricchi. Un provvedimento evitabile, considerando il sostanziale abbandono di una politica fiscale redistributiva e soprattutto il buco di tre miliardi lasciato nelle casse dei comuni italiani, aggravato dal fatto che Tremonti aveva previsto la crisi economica, che comporta naturalmente un aumento del fabbisogno statale (e infatti Tremonti ha previsto, entro la legislatura, un aumento della pressione fiscale, al contrario di quanto affermato in campagna elettorale).

2) Detassazione straordinari e regole d’impresa;
Il provvedimento di abolizione dell’ICI fu approvato insieme alla detassazione degli straordinari. Un altro provvedimento contraddittorio e inutile visto che, sempre a causa della crisi, le imprese hanno cominciato a tagliare il lavoro, non ad aumentarlo. Tremonti, poi, aveva giustamente ricordato che la finanza non poteva rimanere senza regole. Ma non è passato dalle parole ai fatti: il reato di falso in bilancio, depenalizzato nel corso del governo Berlusconi II, non è stato reintrodotto. Si tratta della misura più elementare per punire chi fornisce informazioni sbagliate al mercato, un incentivo, dunque, a non rispettare le regole. È inoltre un provvedimento che rende il mercato italiano meno robusto e appetibile: le aziende oneste e quelle straniere, infatti, sono restie ad investire in un Paese dove le aziende disoneste possono godere di un vantaggio ingiusto (quello di potere falsificare le informazioni). In particolare le aziende straniere non possono giocare sporco come le aziende disoneste italiane, visto che altrimenti falsificherebbero anche i bilanci all’estero, dove questo reato è punito assai severamente. A proposito di regole per l’impresa, il governo ha approvato di recente delle normative volte al consolidamento dei gruppi di controllo delle aziende quotate, per evitare acquisizioni ostili in un momento in cui le azioni viaggiano ai minimi. Da notare che però il nostro mercato finanziario presenta già una debolissima contendibilità aziendale e pertanto questo provvedimento è un «un passo indietro gravissimo per il market for corporate control», come ha detto pure l’Autorità garante della concorrenza. Sempre in tema di finanza, Tremonti aveva fortemente attaccato gli strumenti derivati, il cui abuso ha certamente contribuito alla crisi. Anche qui la lungimiranza di Tremonti non si è tradotta in provvedimenti idonei. Il divieto dell’uso dei derivati negli enti locali (uso che ha creato un buco nei bilanci di molte amministrazioni) è stato deciso pochi mesi dopo l’abbandono di Tremonti nel 2006, dal governo Prodi, con la finanziaria 2007 e soprattutto quella del 2008, dopo aver notato che gli enti locali cascavano troppo spesso nelle clausole falsamente favorevoli proposte dalle banche [R. Artoni, Elementi di scienza delle finanze, Il Mulino, 2008].

3) Catania, Roma e i buchi nei bilanci comunali;
Sempre a proposito di enti locali, il ministero dell’Economia ha dato il via libera alla copertura del debito del comune di Catania, buco lasciato dall’amministrazione di Umberto Scapagnini, medico di Berlusconi. Simile provvedimento è stato approvato per il comune di Roma, oggi retto da Gianni Alemanno, in passato da Walter Veltroni. Normalmente le amministrazioni non virtuose (in particolare quelle del sud) vengono commissariate, ma in questi due casi il governo centrale è intervenuto a ricopertura per salvare le amministrazioni (di centrodestra), lanciando un segnale negativo, ovvero che i comuni possono dimenticare il patto di stabilità, visto che il governo interverrà a coprire i debiti contratti. È stato insomma introdotto un incentivo all’instabilità finanziaria, che in un Paese come l’Italia, pieno di debiti, non sembra essere adeguato.

4) Social card e Robin Hood Tax;
Uno dei provvedimenti più pubblicizzati è stata la carta acquisti (social card). Si trattava di una carta prepagata dallo Stato a favore delle famiglie più indigenti. Il denaro per le ricariche sarebbero provenuti dalla cosiddetta Robin Hood Tax, che avrebbe stornato i profitti di banche e petrolieri che, all’epoca, guadagnavano molto. Anche in questo caso, però, Tremonti non ha seguito le sue previsioni. A causa della crisi, infatti, il prezzo del petrolio è sceso fino a un terzo dai massimi, mentre le banche, lo sappiamo tutti, sono state le prime ad essere colpite dallo tsunami finanziario. Come risultato, solo una piccola parte delle social card previste sono state effettivamente attivate (circa il 40%).

5) Vendita di Alitalia;
Provvedimento assai pubblicizzato e più controverso è stato pure la vendita di Alitalia. La compagnia, giunta a perdere tre milioni al giorno, doveva essere venduta ad AirFrance-KLM nel 2008. Il cambio di governo, però, ha cambiato le carte in tavola: Alitalia deve rimanere italiana. Una cordata di imprenditori italiana rileva la parte buona di Alitalia, mentre quella cattiva (ovvero quella con i debiti) rimane allo Stato. Il saldo dell’operazione è negativo: il Tesoro si fa carico di un debito di tre miliardi di euro, senza considerare la rete di sicurezza per i dipendenti licenziati (secondo la stima di Tito Boeri, un altro miliardo sempre a carico dei contribuenti). Poche settimane dopo, AirFrance-KLM, che l’anno prima avrebbe rilevato Alitalia senza gravare sul bilancio pubblico italiano, rientra dalla finestra: grazie a un aumento di capitale, acquisisce il 25% della nuova Alitalia. Un giro più lungo (e più pesante per gli italiani) per arrivare allo stesso risultato. E al punto di partenza, visto che la nuova Alitalia è in difficoltà come quella vecchia.

Il primo anno di Tremonti, dunque, si conclude con una situazione abbastanza contraddittoria. Tutti questi provvedimenti, infatti, non hanno ridato regole certe alla finanza e hanno tolto risorse alle casse dello Stato, risorse che sarebbero tornate utili nella crisi pur prevista da Tremonti. Tuttavia, proprio nell’affrontare la crisi, l’inquilino di via XX settembre ha deciso per una linea attendista: la manovra anticrisi, infatti, è evidentemente irrisoria rispetto a quelle dei nostri partner internazionali, data l’intenzione dichiarata di difendere il bilancio pubblico (che, come diceva Ambra Colacicco su queste pagine, è giunto a livelli stratosferici, invertendo la tendenza ribassista, anche grazie alle politiche fin qui ricordate). Appare dunque evidente la doppiezza dell’azione tenuta finora da Tremonti.

La prossima sfida è il federalismo fiscale: di recente il Parlamento ha conferito una delega al governo per la stesura di una legge in materia. Una riforma fortemente voluta dalla Lega Nord, ma la delega prevede principi molto ampi e generali ed effetti, pertanto, imprevedibili. Giulio Tremonti, questa volta, ha preferito non fare previsioni.

Scritto da Giovanni De Mizio

martedì 25 agosto 2009

Fermiamo l'acquisto dei 131 cacciabombardieri JSF


"Fermiamo l'acquisto dei cacciabombardieri JSF". E' l'appello lanciato dalla campagna Sbilanciamoci! al Parlamento italiano che si è espresso sulla prosecuzione del programma per l'acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters (JSF-F35) che impegnerà il nostro paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro.
"Si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi, sia per la sua incoerenza - si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari - con le autentiche missioni di pace del nostro paese" - riporta la campagna promossa da oltre 40 organizzazioni della società civile italiana. Una spesa "sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del paese" sostiene la campagna soprattutto in un momento come questo di "grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all'università e alle politiche sociali".
Sbilanciamoci chiede di destinare in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell'industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale, che la finanziaria ha tagliato di ben il 56%. "Con 14 miliardi di euro si possono fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono contemporaneamente costruire 5000 nuovi asili nido, costruire un milione di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese" - sottolinea la campagna.
"Dopo le fasi di sviluppo e pre-industrializzazione - spiega Sbilanciamoci! - il Governo è passato alla fase di acquisizione di 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico iniziale e approntamento delle basi operative nazionali (4 aereoporti ed 1 portaerei). Tutto per circa 12,9 miliardi di euro nel periodo 2009-2026. A ciò va aggiunta la realizzazione sul suolo nazionale, a Cameri (Novara) di un centro europeo di manutenzione, revisione, riparazione e modifica dei velivoli italiani ed olandesi al costo di 605,5 milioni di euro, da consegnare entro il 2012. A queste spese va aggiunto il miliardo di euro già investito per la fase di sviluppo, arriviamo così a quasi 15 miliardi di euro".
Il Joint Strike Fighter (JSF-F35) è un aereo da combattimento monomotore, monoposto, in grado di operare alla velocità del suono, ma con velocità di crociera subsonica. E’ ottimizzato per il ruolo aria terra (quindi per l’attacco) ed ha due stive interne per le bombe che possono essere anche di tipo nucleare. E’ un velivolo di tipo stealth, cioè a bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e di altri sensori. L’aereo assolve un ampio ventaglio delle funzioni operative dell’Aeronautica Militare e della Marina Militare, ed andrà a sostituire gli AV-B della componente imbarcata della Marina e gli AM-X ed i Tornado della componente aeronautica.
Nella precedente legislatura il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ha siglato con la controparte statunitense il protocollo d'intesa (Memorandum of understanding) formalizzando così l’ingresso nella fase di produzione, supporto e sviluppo ulteriore del caccia JSF. Capofila del progetto sono gli Stati Uniti e vi partecipano altri 8 paesi: Regno Unito al primo livello, Italia ed Olanda al secondo livello, Turchia, Canada, Australia Norvegia e Danimarca al terzo livello. La ditta capocommessa è l’americana Lokheed Martin Aero. L'impresa italiana maggiormente coinvolta è l’Alenia Aeronautica.
Per gli Stati Uniti quello del JSF è il programma più costoso della sua storia militare. Infatti il costo complessivo si dovrebbe aggirare intorno ai 275 miliardi di dollari (all’inizio erano 245 miliardi di dollari). Il costo unitario è già salito da 37/47 milioni di dollari in base al modello, a 50/70 milioni di dollari ma nessuno giura su queste cifre; il costo reale, secondo alcuni si saprà solo quando si dovrà pagare. C’è chi parla di un costo unitario finale molto vicino ai 100 milioni di dollari. Il Pentagono allo stato attuale spenderà 12 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 20 anni.
Passando all'Olanda la preoccupazione (per i conti pubblici) per il programma JSF è molto forte. Secondo la Corte dei Conti olandese tra il 1996 ed il 2006 i costi sono cresciuti dell’80% e per questa ragione i vari organismi di controllo (dei paesi interessati) preoccupati da questi dati hanno stabilito di ritrovarsi ogni sei mesi per verificare l’andamento del progetto. A queste riunioni non risulta abbiano mai partecipato i rappresentanti della Corte dei Conti italiana.
"I fautori del JSF - ricorda Sbilanciamoci! - affermano che non ci sono incompatibilità con il progetto europeo dell’Eurofighter perché il primo è un cacciabombardiere ed il secondo un caccia. Ma l’incompatibilità evidentemente è economica, visto che l’Italia ha chiesto al Consorzio dell'EFA di calcolare il costo di una revisione della sua partecipazione alla produzione del nuovo aereo. Si tratta dell’acquisizione dei 46 velivoli della terza tranche (2012-2017). Il preventivo di riduzione degli ordini richiesti al consorzio dovrebbe prevedere sia la possibilità di un taglio parziale delle consegne sia una rinuncia totale alla fornitura. Il danno per l’industria europea è fin troppo evidente"- sottolinea Sbilanciamoci!.
Tra l'altro i vertici della Difesa hanno calcolato la diminuzione delle esercitazioni e della manutenzione dei mezzi in base ai tagli apportati dalla Finanziaria del 2009. In base a queste stime (tutte da verificare) l’Aeronautica potrà effettuare circa 30mila ore di volo a fronte delle 90mila previsionali del 2008. La situazione di manutenzione dei mezzi e dei sistemi d’arma complessi sarà ad un livello di efficienza: per l’anno 2009 al 45%-65%; per gli anni 2010-2011 al 20%-30%; dall’anno 2012 prossimo allo 0%. "Allora che senso ha investire in stratosferici sistemi d’arma se poi non si ha la certezza di poterli fare volare perché mancano i fondi per il carburante o per i pezzi di ricambio?" - domanda Sbilanciamoci!.
Inoltre per il ritorno occupazionale si parla di 1/10 rispetto alle previsioni, cioè 200 assunzioni a Cameri e 800 persone per l’indotto senza avere poi quel passaggio di know how sperato. "I 10mila posti di lavoro promessi sono dunque un'autentica invenzione" - sottolinea Sbilanciamoci!. Infine c'è l’articolo 11 della Costituzione: "L’Italia ripudia la guerra...". "Che ci facciamo con 131 cacciabombardieri d'attacco in missioni di pace che dovrebbero avere un ruolo di peace keeping?"
"In definitiva - come sottolinea in un editoriale Sbilanciamoci! - la "sicurezza nazionale" o la "funzionalità delle nostre Forze Armate" non c'entra niente: è solo un gioco di interessi convergenti (business dell'industria bellica nazionale, autoconservazione corporativa delle Forze Armate, difesa di uno status internazionale peraltro assai dubbio, ecc.) a spingere il Governo e il Parlamento in una direzione completamente sbagliata. Quella del riarmo e dell'irresponsabilità sociale".

sabato 22 agosto 2009

Quanto è aumentato il debito pubblico italiano durante la crisi


Il debito pubblico italiano tocca un nuovo record. Ad aprile sale in valore assoluto a 1.750,4 miliardi di euro. E’ quanto emerge dai dati riportati dal bollettino Statistico della Banca d’Italia. Il debito pubblico italiano ha registrato una forte accelerazione dall’inizio del 2009: il tradizionale trend crescente dei primi mesi ha visto quest’anno lo stock del debito salire del 5,3% rispetto ai 1.662,6 miliardi registrati alla fine del 2008.
Il balzo maggiore si era registrato tra febbraio e marzo (quando si è passati da 1.707,1 a 1.741 miliardi), ma aprile ha comunque segnato una crescita di ulteriori 9 miliardi (+0,5% rispetto al mese precedente). La dinamica crescente è dovuta soprattutto ai conti delle amministrazioni centrali, ma anche le amministrazioni locali hanno visto lievitare il proprio debito.
A livello centrale il debito è salito da 1.637,8 a 1.647,1 miliardi mentre le amministrazioni locali hanno contribuito con un miliardo, passando da 128,6 a 129,6 miliardi.
Anche se il Governo non ama parlare del debito pubblico e quelle rare volte che affrontano questo delicato problema con gesti significativi, cercano comprensione per la catastrofe ereditata che una sorte sfavorevole ha fatto cadere sulle loro innocenti spalle, rimane il fatto che, un’impennata così rapida e tossica come quella verificatasi dal 31 dicembre 2008 a maggio 2009 non si fosse mai riscontrata. Quei 90 miliardi di euro corrispondenti a circa 175mila miliardi di lire. Sono in sostanza, un’enormità. Tanto più allarmante perché finora nessun membro del governo ha avuto la gentilezza di fornire anche il più vago chiarimento sulle cause di un simile precipizio. L’opposizione, in tutto questo disastro, continua a fare gli interessi dei “rivali politici” trascurando gli interessi della collettività. Forse bisogna attendere la fine dell’autunno per capire se l’opposizione governa dietro le quinte o finalmente inizia la sua opposizione seria e costruttiva. Forse sarà troppo tardi per scongiurare la bancarotta del bel paese.